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Varianti Covid: l’Oms, finora, ha individuato sei manifestazioni differenti del virus, che però mutano molto facilmente per adattarsi alle risposte immunitarie degli organismi. L’importanza della ricerca per la documentazione delle metamorfosi

 

Un aiuto. È quanto l’Organizzazione mondiale della sanità domanda alle autorità sanitarie dei singoli Paesi per fronteggiare l’emergenza Covid-19.

Non già, come si potrebbe credere, quella legata all’impegno nella cura dei malati, prerogativa in corso con risultati differenti a seconda delle singole realtà, bensì per quanto riguarda il tracciamento delle evoluzioni del virus.

Il Coronavirus, infatti, cambia, e sono ben sei le sue varianti attestate fino a oggi.

Documentarne le metamorfosi, dunque, è un lavoro tutt’altro che semplice.

Scorriamone insieme le forme conosciute allo stato attuale, a partire dalla più recente.

L’ultima individuata, infatti, cosiddetta variante brasiliana, è stata isolata il 6 gennaio scorso dall’Istituto nazionale giapponese per le malattie infettive ed è indicata con la sigla B.1.1.248. Nasce da 12 mutazioni concentrate sulla principale arma del virus, la proteina Spike, responsabile dell’aggressività dei contagi.

Ben più clamore, però, ha suscitato, durante le scorse vacanze natalizie, la variante inglese del virus. Identificata con le sigle 20B/501YD1 oppure B.1.1.7, è caratterizzata da ben 23 mutazioni. Finora è stata identificata in 33 Paesi, compresa l’Italia con una ventina di casi.

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Sorella, secondo alcuni ricercatori, dell’inglese, è la variante sudafricana, risalente all’autunno scorso e, purtroppo, caratterizzata da una maggiore capacità di contagio e da una carica virale più alta delle altre. In Italia è stata identificata qualche mese fa a Brescia.

Sempre nel nostro Paese, sono state rilevate anche le versioni spagnola e danese del virus; l’ultima delle due particolarmente preoccupante perché, lo ricorderete, pare sia stata trasmessa all’uomo dai visoni, il che allunga un’ombra di inquietudine sulla facilità che il Covid ha di migrare attraverso le specie.

Infine, un anno fa, l’inizio dell’incubo: a gennaio 2020 veniva identificata in Cina e poco tempo dopo in Germania una nuova malattia catalogata con la sigla D614G, ovvero l’epifania del Coronavirus.

 

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