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I dati scientifici attuali non sono in grado di certificare l’immunità dal virus per i pazienti che lo hanno già avuto, per i quali, comunque, la vaccinazione non è prioritaria

 

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La domanda circola da un po’.

Più o meno da quando, anche in Italia, è arrivata la profilassi contro il Coronavirus: chi, per sua sfortuna, nei mesi o nelle settimane passate ha contratto la malattia, deve sottoporsi alla vaccinazione?

Di fronte a un virus dalle fattezze e dalla condotta così anomale quali appunto quelle esibite dal Covid-19, la comunità scientifica non ha, al momento, una risposta univoca, anche se, in linea di massima, il consiglio dei medici e dei ricercatori è quello di assumere il vaccino.

Cerchiamo di capire perché.

A partire dalle informazioni di base.

Un vaccino, infatti, serve a sviluppare una risposta immunitaria contro un particolare virus o batterio, in modo che l’organismo impari a riconoscerlo e a contrastarlo nel caso di successive infezioni.

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I ritrovati di Pfizer-Biontech e di Moderna, autorizzati dall’Agenzia Europea del Farmaco, ottengono questo risultato, perché costruiti sull’Rna messaggero, la molecola che si occupa di codificare e di portare le istruzioni per produrre le proteine.

Anche, appunto, quelle specifiche del Coronavirus, che così possono essere riconosciute e neutralizzate dal nostro sistema immunitario.

In generale, quando il corpo umano guarisce da un’infezione virale, ne risulta automaticamente immune, ma non è questo, sempre, il caso dei virus influenzali, contro l’aggressione dei quali le difese sviluppate dall’organismo non sono eterne.

Purtroppo, questa sembra essere anche l’eventualità del Covid-19, che, come raccontato in precedenza su queste colonne, altro non è che una forma di influenza.

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Ecco spiegato perché anche chi “ha già fatto” la malattia dovrebbe sottoporsi al vaccino, magari non con la stessa urgenza di chi finora le è sfuggito.

 

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