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Nel corso di un confronto con l’amministrazione cittadina il segretario Barbieri ha proposto la cancellazione delle imposte per il periodo di chiusura forzata e un taglio degli importi per i mesi a venire

 

Sono dodicimila i negozi di Milano che attendono con trepidazione la data del 27 novembre.

Nella giornata di domani, infatti, il Governo dovrebbe pronunciarsi in maniera definitiva sul cambio di livello di allerta da Coronavirus della regione Lombardia: non più colore rosso, bensì arancione.

Una modifica nei parametri di infettività del territorio che non porterà con sé soltanto l’allentamento delle misure contro la mobilità delle persone, ma consentirà anche, appunto, la riapertura al pubblico di tutte quelle attività commerciali che il secondo lockdown ha “blindato”.

In pratica, stiamo parlando di tutti gli esercizi che non siano del settore alimentari, ovvero il campo dell’abbigliamento, dell’arredamento, dei casalinghi e di tutti quegli ambiti in cui la promiscuità tra individui è stata ritenuta dal legislatore non indispensabile e, quindi, è stata causa di chiusura dei battenti.

Dopodiché, arriverà anche il nuovo Dpcm del 3 dicembre, e allora potremo assistere a ulteriori concessioni.

Il Comune di Milano, a sostegno dei propri esercenti, nei giorni scorsi ha rivolto un appello online a tutti i cittadini affinché, per queste Festività, boicottino i servizi di Amazon e simili e scelgano di tornare a comprare nei negozi di quartiere.

A tale proposito, esiste anche una mappa georeferenziata, realizzata dai tecnici di Palazzo Marino, in cui gli utenti più smart potranno trovare i punti vendita di proprio interesse.

Rivolgetevi ai negozi sotto casa e utilizzate la mappa online del Comune. Non c’è solo Amazon che porta la merce a casa” ha dichiarato l’assessore alle attività produttive Cristina Tajani.

Niente di più solidale, all’apparenza. Se non fosse che il segretario di Confcommercio, Marco Barbieri, non ci sta, e nelle ultime ore ha voluto riportare all’attenzione dell’amministrazione comunale proposte e rimostranze della categoria.

Anzitutto, Confcommercio ha chiesto al Comune maggiore impegno sul fronte della comunicazione. “L’auspicio è che il Comune faccia seguire al suo appello una forte e costante campagna di comunicazione, perché i negozi di quartiere non svolgono soltanto una funzione commerciale, bensì anche sociale” ha commentato il segretario.

Fin qui, restiamo nel generico.

Parecchio più incisiva, invece, la protesta economica.

Barbieri ha parlato chiaro: “Il Comune, a causa della pandemia, sta attraversando delle difficoltà economiche. La nostra proposta, allora, è quella di evitare che l’amministrazione pubblichi bandi per dare contributi, e smetta piuttosto di chiedere soldi”.

Confcommercio allude a Imu, Tari e Cosap, balzelli che il Covid non ha intaccato e che gli esercenti, pur in crisi, devono corrispondere.

E se dal Comune giungesse la risposta che i servizi civici in qualche modo devono continuare a essere finanziati, Barbieri ha pronta la replica: “Ci si rivalga sul Governo centrale per gli eventuali introiti mancati”.

D’altra parte, l’approccio del segretario non è polemico solo per il gusto di. Piuttosto, punta a un’intesa condivisa con la politica. Ecco, allora, la proposta finale della categoria: “Fatta salva la cancellazione delle tasse riferite al periodo di chiusura forzata, non è che me le ridomandi intere tra sei mesi. Se l’esercente deve 100, per un certo periodo pretendi 50, perché è ovvio che ci vorrà del tempo prima che la situazione torni alla normalità”.

Diversamente, l’alternativa è che alcune serrande non si rialzino più.

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