Gli ospiti delle feste del marchese Acerbi, al civico numero 3, erano immuni dal contagio. Il popolino riteneva che il nobiluomo fosse il Diavolo. In realtà tutta la zona era protetta dall’infezione grazie alle polveri dei marmi del Duomo

 

I malati asintomatici?

Esistevano anche al tempo della peste di Milano del 1630.

Solo che, a differenza dei casi rilevati  nel corso dell’attuale epidemia di Coronavirus, all’epoca una simile diagnosi era soltanto frutto di superstizione e leggenda.

Ma andiamo con ordine. Avete mai notato, percorrendo corso di Porta Romana, all’altezza del numero civico 3, un portone di ingresso a destra del quale sta conficcata una palla di cannone?

Ebbene, il residuato bellico è un ricordo delle Cinque Giornate di Milano del 1848, ma non possiamo escludere che chi sparò la cannonata fosse a conoscenza della sinistra reputazione del palazzo: qui, narra la tradizione, due secoli prima aveva abitato niente meno che il Diavolo!

Un Diavolo con nome e cognome. Si trattava, infatti, del marchese Ludovico Acerbi, giunto a Milano nel 1615 su incarico del governo spagnolo e maestro del lusso, della bella vita e delle feste.

Nella sontuosa dimora del centro, che del suo nobile inquilino ha conservato il nome, si tenevano ricevimenti e banchetti a tutte le ore, sia di giorno che di notte: musica, danze, risa e grida di giubilo, alla faccia dei milanesi che proprio in quegli anni morivano a frotte a causa della peste.

Invece al marchese, e a tutti coloro che frequentavano il suo palazzo, non accadde mai nulla. Tutti sani e in perfetta forma.

Da qui l’inquietante spiegazione: a palazzo Acerbi abitava il Diavolo, immortale, che proteggeva i suoi ospiti, anime perdute, con un incantesimo.

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Una storia cui il popolo non stentò a credere.

A pochi passi da Porta Romana, infatti, c’era una darsena, corrispondente all’attuale via Laghetto, scavata per il trasporto in città dei marmi necessari alla costruzione del Duomo e attorno alla quale, nel tempo, era sorto un quartiere abitato da streghe, delinquenti e poco di buono: il rione del Verziere. Anche qui, magicamente, nessuno si ammalava di peste.

Una spiegazione scientifica, che riabiliti la memoria del povero marchese Acerbi e sfati il mito del Verziere come luogo di intrighi e di incantesimi, tuttavia c’è.

Sembra infatti che la polvere rilasciata quotidianamente dai marmi per l’edificazione della cattedrale, posandosi sui corpi degli operai e degli abitanti del circondario, creasse sulla loro pelle una pellicola protettiva contro le punture della pulce responsabile dell’infezione della peste. E siccome l’Illuminismo e la rivoluzione igienica erano ancora lungi da venire, ecco a voi un antidoto ante litteram…

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