Il sontuoso palazzo fu eretto nel ‘500 dal conte genovese Andrea Tommaso Marino per amore di una donna. Ma fu causa di sofferenze e soprusi a danno dei milanesi. Per questo, un frate gli scagliò contro un terribile anatema, che fino a oggi sembra essersi avverato

 

Palazzo Marino: la sede del Comune di Milano.

Sapevate che è maledetto?

Tutto comincia nel 1525, quando da Genova giunge a Milano il conte Andrea Tommaso Marino, che conte, in realtà, lo è soltanto di nome.

Presto gli abitanti della città imparano a conoscerlo come prepotente e strozzino, capace, a furia di raggiri e di soprusi, di accumulare un immenso patrimonio: nel 1548 egli è ormai uno degli uomini più ricchi di Milano.

Una mattina, passeggiando fiero per le vie del centro, il conte vede uscire dalla chiesa di San Fedele una bellissima ragazza.

È Arabella Cornaro, figlia di un rinomato nobile veneziano. Marino se ne innamora all’istante, ma il padre rifiuta sprezzante la proposta di matrimonio avanzata dal conte: in città non esiste un palazzo che sia degno della bellezza della figlia.

Marino accoglie la sfida, e fa costruire, accanto alla chiesa di San Fedele, là dove l’incontro fatale con la donna che lo aveva stregato era avvenuto, il palazzo più sontuoso che a Milano fosse mai stato eretto.

Così, riesce a ottenere la mano di Arabella. Non completamente a sue spese, però. Come sempre, infatti, il conte si è rifatto sulla pelle della povera gente. Non solo, per far eseguire i lavori di costruzione del palazzo, ha espropriato e fatto radere al suolo le case che prima sorgevano al suo posto, ma ha estorto denaro ai cittadini. Parecchio.

Un giorno, perciò, un frate, stanco delle angherie del conte, scaglia contro il palazzo un terribile anatema: “Questo ammasso di pietre, costruito grazie a molte ruberie, o brucerà, o andrà in rovina, o sarà rubato da un altro ladro”.

Da quel momento, tutto va a rotoli per il conte Marino e per la sua famiglia.

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Tanto per cominciare, a seguito del dissesto delle sue finanze causato proprio dalle spese per la costruzione del suo palazzo, il conte è costretto a cedere la sua proprietà all’erario.

Si trasferisce presso la residenza estiva di Gaggiano, dove una mattina, preso da un attacco di gelosia, uccide la moglie, morendo qualche anno dopo pentito per il suo gesto e perseguitato dai debiti.

Nel 1575, poi, quando la proprietà è tornata temporaneamente nella disponibilità della famiglia, a palazzo Marino nasce Marianna De Leyva, figlia di don Martino de Leyva e Virginia Marino. La sua sorte non sarà delle più gioiose: costei altri non è che la monaca di Monza, di cui Alessandro Manzoni ha raccontato bene la triste vicenda nel romanzo  “I Promessi Sposi”.

Nel frattempo, i pignoramenti pubblici riprendono. Proseguiranno nei secoli, finché, il 9 settembre 1861, il Governo del neo Regno d’Italia non cede il palazzo al Comune di Milano, che qui si trasferisce dalla precedente sede presso il Palazzo della Ragione.

E la maledizione? Non cessa. Non basta che il palazzo, o almeno i suoi proprietari, siano andati in rovina.

L’edificio, infatti, ha conosciuto gli incendi del 1943, sotto le bombe della Seconda guerra mondiale, e oggi è sede dell’amministrazione cittadina, che per gli scettici della politica equivale all’esaudimento della terza profezia

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