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La scultura sorge a fianco alla Camera di Commercio e nel Medioevo rappresentava la dea Giustizia. Nei secoli ha cambiato testa quattro volte, per altrettanti dedicatari…

 

A Milano, in via dei Mercanti, vicino all’ingresso della sede di rappresentanza della Camera di Commercio, qui trasferitasi agli inizi del Novecento a occupare i locali del rinascimentale Palazzo dei Giureconsulti, sorge una nicchia, al cui interno è possibile vedere una statua.

Chiunque alzi lo sguardo a scrutarla, noterà che le sue dimensioni sono sproporzionate. Busto e gambe sono troppo sinuosi, c’entrano poco con la testa d’uomo che vi sta attaccata, e poi c’è una mano, quella del braccio che si protende verso la strada, che sembra proprio posticcia.

Solo un’impressione?

Il sospetto che qualcosa non vada nella scultura diventa certezza quando si apprende che quest’ultima rappresenta Sant’Ambrogio, il quale però, tranne che per la testa, assomiglia molto poco al corpo che l’opera d’arte vorrebbe attribuirgli.

Ebbene, vi stupirebbe scoprire che questa stessa statua, nel corso dei secoli, ha cambiato testa per ben quattro volte?

Forse, conoscendo il proverbiale pragmatismo dei milanesi, non più di tanto: se c’è stato bisogno di sostituire l’identità del dedicatario, perché non risparmiare tempo, soldi ed energie sostituendone soltanto il capo?

Tutto comincia nel Medioevo, quando via dei Mercanti è il centro nevralgico di Milano e sede delle più importanti istituzioni cittadine. Da un lato della strada, infatti, sta il Palazzo della Ragione, dall’altra, al posto dell’attuale Palazzo dei Giureconsulti, il Palazzo del Comune.

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Quale migliore maniera di augurare alla città una serena vita politica se non facendo erigere una statua dedicata alla dea Giustizia?

Questo l’auspicio del podestà dell’epoca, siamo circa nel 1300, che però non sopravvive all’avvicendamento dei poteri e delle guerre. Non più tardi di due secoli dopo, quando Milano è in mano agli Spagnoli, la statua infatti cambia identità: via la Giustizia e spazio al busto del nuovo padrone, il re di Spagna Filippo II.

Sembra finita, ma non è abbastanza.

Nel 1797 Napoleone arriva in città. Non è ancora l’imperatore, ma il giovane generale rivoluzionario che intende portare libertà, uguaglianza e giustizia in tutta l’Europa. Milano diventa capitale della Repubblica Cisalpina. Perciò, cosa c’entra la statua di un regnante spagnolo?

Se ne tranci il volto e lo sostituisca con quello del romano Marco Bruto, l’uccisore di Cesare, il primo di tutti i tiranni che hanno vessato l’Italia nella sua millenaria storia.

Ma, si sa, sulla “damnatio memoriae” del primo imperatore di Roma non tutti sono d’accordo, oggi come in passato, ed è probabilmente per questo motivo che, un bel mattino, i milanesi trovano la statua del tirannicida Bruto sfregiata.

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Il relitto viene asportato, e la nicchia rimane vuota per anni, finché nel 1833 la città decide di farla finita con i cambiamenti: via dei Mercanti esibirà il monumento del più milenese dei milanesi, il santo patrono Ambrogio.

Il compito di restaurare la statua e di apporvi la nuova testa è affidato allo scultore novizio Luigi Scorzini, il quale, oltre a un incarico di così alto tenore per il suo esordio professionale, deve affrontare un terribile imprevisto.

Durante il trasporto della scultura, infatti, una corda tesa trancia di netto la mano protesta del santo. Il povero Scorzini pone rimedio all’inconveniente come può, cioè appiccicando al busto una mano nuova, ma diversa dall’originale. La stessa che ancora oggi, un po’incerta, arringa i passanti.