Interrato negli anni Trenta per fare spazio allo sviluppo urbanistico della città, lo specchio d’acqua era una delle tre darsene cittadine. Per secoli ha ricevuto i barconi carichi di merce e materiali preziosi provenienti da tutta la Lombardia

 

Forse non tutti sanno che sotto Milano si nasconde una città segreta.

Abituati a costruire, abbattere e ricostruire a seconda delle evenienze e in virtù del loro innato pragmatismo, i milanesi, nei secoli, hanno sempre preferito sfruttare le potenzialità del momento della loro città, senza troppo riguardo per la tutela del patrimonio storico.

Da ultimo, non più di un settantennio fa, per fare spazio allo sviluppo urbano, hanno deciso di interrare una buona parte dei Navigli, che, a loro volta, erano stati scavati nel dodicesimo secolo, per difendere il Comune dagli attacchi dell’imperatore Federico Barbarossa e, successivamente, per collegare la città, già votata al commercio, ai limitrofi fiumi Adda, Ticino e Po.

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Ebbene, se, un giorno, decideremo di riportare alla luce i nostri canali d’acqua, potremo anche riscoprire le suggestioni e il fascino del laghetto di San Marco.

Collocato al di sotto dell’omonima via, il laghetto di San Marco è una delle darsene di Milano, insieme ai laghetti di S.Eustorgio, da cui è nata l’attuale Darsena di Porta Ticinese, e di Santo Stefano, oggi corrispondente a via Laghetto.

Fu realizzato nel 1469, al posto, niente meno, di un antico cimitero. Infatti, le famiglie nobili che lì possedevano i propri mausolei, ottennero, in cambio dello sfratto, la possibilità di trasferire gli antenati nei sotterranei della vicina chiesa di San Marco.

Fino ai primi anni del ventesimo secolo, lungo le sponde del lago hanno attraccato chiatte e barconi, carichi dei vini della Valtellina, delle manifatture provenienti dalla zona di Lecco, delle prestigiose ardesie di Moltrasio e dei ciottoli e legname necessari per i lavori edilizi nella città.

Nelle acque del laghetto, inoltre, si specchiavano le finestre della Casa degli Artisti, tuttora esistente, così chiamata perché rifugio di pittori, scultori e poeti della Scapigliatura.

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