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Dal continente americano a quello asiatico, passando per quello africano: Le lezioni dal mondo per affrontare al meglio la pandemia

 

Giorno del ringraziamento – Stati Uniti

Tutti abbiamo sentito parlare almeno una volta del Giorno del Ringraziamento, una delle feste nazionali americane, spesso accompagnata da immagini di succulenti tacchini farciti.

Si dice che William Bedford, governatore di Plymouth, Massachusetts, abbia pubblicato degli scritti in cui si racconta, fra l’altro, di un raccolto particolarmente fortunato nell’autunno del 1621. In onore di questo evento, le persone organizzarono una cena per festeggiare e ringraziare per l’abbondanza di cibo.

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E qui sta il semplice, eppure grandissimo, insegnamento: dobbiamo essere grati per ciò che abbiamo. In Occidente, la maggior parte delle persone pensa che sarà felice quando avrà più soldi, un nuovo lavoro e via dicendo e tende a desiderare ciò che non ha, diventando sempre più cieco davanti a ciò che, invece, già possiede.

Durante questa pandemia, che sicuramente ci ha sconvolto la vita e privati (momentaneamente) di tante libertà che davamo per scontate, prendiamoci del tempo per guardarci incontro, contare le nostre fortune e ringraziare.

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Abbiamo bisogno di poco per essere felici – Thailandia, Cambogia, Sri Lanka, Laos, Birmania, Bhutan e Mongolia

Chi decide cos’è la vera ricchezza? Una persona che possiede tanti soldi in banca è ricca e una che, invece, ha soltanto una capanna e un vecchio abito lacero è povero? Il minimalismo è uno dei concetti del buddismo, religione praticata in tanti Paesi del mondo, fra cui quelli sopra citati.

Nella società Occidentale, la maggior parte delle persone pensa spesso a come avere sempre più beni materiali: una seconda casa, due auto, abiti sempre nuovi e magari firmati, l’ultimo modello di cellulare… la maggior parte di noi è circondato, in casa come sul lavoro, da oggetti che, nella maggior parte dei casi, sono inutili.

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Questo processo, oltre a farci spendere tanti soldi, ci allontana sempre di più dalla felicità: se continuiamo a desiderare ciò che non abbiamo (e che, in alcuni casi, non avremo mai) non potremo mai essere felici.

Durante questa pandemia, approfittiamone per fare una sorta d’inventario di tutto ciò che abbiamo, e domandiamoci se ci serve davvero. Liberiamoci di tutto ciò che è inutile o addirittura dannoso e, soprattutto, lavoriamo su noi stessi per entrare nel mindset che non dobbiamo fare una gara con noi stessi e con gli altri per possedere sempre più beni materiali.

Iniziamo, ad esempio, a prendere in considerazione la possibilità di usare il denaro per regalarci delle esperienze di vita, come i viaggi, piuttosto che usarlo per acquistare l’ennesimo paio di scarpe. Possediamo solo ciò che ci è indispensabile a vivere; alleggeriremo non solo il nostro armadio, ma anche e soprattutto la nostra anima.

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Il concetto di Ubuntu – Africa Sub-Sahariana

In lingua bantu, Ubuntu significa letteralmente “benevolenza verso il prossimo”.

L’Ubuntu è una regola di vita basata sul rispetto dell’altro e della compassione. Se prendiamo per esempio una grande azienda occidentale focalizzata esclusivamente sul profitto, possiamo stare sicuri che i dipendenti, pur essendo benestanti o addirittura ricchi economicamente, non sono felici.

Una piccola realtà che non produce grandi quantità di denaro, o che non ne produce alcuna, come per esempio una scuola per migranti aperta per amore in una grande città italiana, donerà sicuramente a tutti coloro che ne fanno parte soddisfazione personale e la vera ricchezza, quella del cuore, perché lì vige l’Ubuntu.

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Durante questa pandemia, che ci ha resi tutti più vulnerabili, cerchiamo quindi di ascoltare l’altro. Il mondo sembra andare sempre di più verso una mentalità individualista, dove ognuno pensa per sé e cerca di tirare l’acqua al suo mulino, ma quello è il metodo più sicuro per ritrovarsi infelici.

Scava dentro di te, e poi guardati intorno; ci sarà sicuramente qualcuno da aiutare, ma fallo con il cuore, per uno scambio a livello di anime, in nome della fratellanza umana, non per pietà. Una volta in cui avrai abbracciato il modo di vivere dell’Ubuntu non vorrai più tornare indietro.

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