Le esperienze di alcune grandi imprese presenti in Italia contribuiscono al dibattito sull’organizzazione della produzione: puntare sulla qualità migliora l’umore e aumenta la redditività
Se un dipendente è felice in azienda allora lavora meglio.
È, questo, un motto che abbiamo sempre associato al progressismo dei Paesi scandinavi, senza concedergli più che qualche frettoloso attestato di stima.
In Italia, infatti, eravamo troppo impegnati a risolvere crisi di sistema e a salvare i bilanci per poterci permettere di vagheggiare un posto di lavoro sereno e tranquillo.
Invece, sembra che la rivoluzione stia arrivando anche qui: quando si raggiunge il limite, allora bisogna ripartire da zero.
Come, se non in termini di novità assoluta, possiamo definire un’esperienza di lavoro in cui ciascun dipendente si reca in ufficio a seconda della fascia oraria mattutina che ritiene più consona a esprimere il meglio di sé?
Succede presso la sede italiana di Coca-Cola Hbc, e non stupisce per nulla il direttore delle Risorse umane, per il quale “ciò che conta è la produttività, perciò ognuno si regola in base ai suoi ritmi”.
Importante, in questa rivoluzione copernicana del posto di lavoro, che lo stimolo al cambiamento stia arrivando dai giovani. Alla prova dei primi impieghi e, probabilmente, più consapevoli di chi ha già consumato migliaia di ore alla scrivania di quanto si può guadagnare e di quanto si può perdere tra le mura di un ufficio, costoro sono molto esigenti rispetto a eventuali benefici e agi concessi dall’azienda.
Secondo il personale esperto di Fastweb, infatti “per un trentenne che deve valutare una nostra proposta di lavoro, a fare la differenza interviene anche la sala wellness dove seguire corsi di yoga o pilates prima delle 10, o il personal trainer con cui fare ginnastica in pausa pranzo”.
Senza fare di queste piacevoli eccezioni la norma, possiamo comunque notare come, presso le imprese più attente a tutelare il benessere delle proprie risorse, la filosofia alla base dei processi organizzativi stia virando verso la qualità a discapito della quantità del lavoro.
Così, non sarà una sorpresa scoprire che, in Vetyra, i dipendenti dispongono di un asilo nido e di un centro benessere a portata di mano, o che, in Heineken, a fine anno, tutti coloro che hanno ottenuto un bonus sullo stipendio possono convertirlo, grazie a un’apposita piattaforma, in una gift card o in servizi alla persona come libri, tasse universitarie e simili.
Insomma, pare che stimolare i dipendenti, facendo leva sulla loro competitività o mettendoli l’uno contro l’altro, non sia più un buon viatico per la redditività. Molto meglio garantire l’umana sostenibilità.






















