L’undicesima edizione di Alcova è già nella storia del Fuorisalone 2026. La piattaforma itinerante che ogni anno sceglie spazi milanesi dimenticati o inaccessibili come palcoscenico del design internazionale ha centrato un doppio colpo: Villa Pestarini esaurita in pochissimo tempo (sold out per tutti e sei i giorni della Design Week) e un ritorno all’Ospedale Militare di Baggio che, per chi conosceva già la location dalle edizioni 2021-22, riserva novità concrete.
In tutto, oltre 120 espositori internazionali tra aziende, designer indipendenti e scuole di design. L’accesso è a pagamento.
Villa Pestarini: l’apertura che tutti aspettavano (già sold out)
Il sold out è arrivato in fretta, e non stupisce. Villa Pestarini, in via Mogadiscio 2, non era mai stata aperta al pubblico — e con lei si spalanca per la prima volta una delle opere più intriganti di Franco Albini, l’unica residenza privata che il maestro del Razionalismo italiano progettò a Milano senza collaboratori, prima della guerra. La commissione arrivò dalla stessa cerchia altoborghese — famiglie come i Falck, i Caprotti, i Ferrarin — che da anni gli affidava interni e arredamenti.
L’edificio funziona su un’idea semplice e rigorosa: due fasce parallele, una rivolta alla strada che contiene i percorsi e i servizi, l’altra aperta sul giardino con lo spazio abitativo vero e proprio, leggermente sfalsate per dare movimento alla composizione. Il punto di forza è la scala interna, su gradini in marmo bianco di Carrara, che Albini trasforma nel perno dell’intera pianta. Alle sue spalle, una parete in vetrocemento traslucido calibra la luce in modo quasi teatrale: una soluzione nordeuropea usata qui con precisione chirurgica, che crea un contrasto in chiaroscuro leggibile anche dall’esterno.
Completa il quadro un sopralzo in lamiera grecata bianca aggiunto da Albini nel 1949.
Ospedale Militare di Baggio: la location che non delude
Chi non ha fatto in tempo a prenotare Villa Pestarini ha comunque un’ottima alternativa. L’Ospedale Militare di Baggio, nel quartiere Primaticcio, torna ad essere sede di Alcova dopo le edizioni 2021-22 con alcune novità significative: sono stati riattivati nuovi spazi fino ad ora rimasti inaccessibili all’interno del complesso, e le installazioni site-specific dialogano in modo inedito con gli edifici meravigliosamente decadenti del sito. Il risultato è quello di una città nella città — strade, cortili, padiglioni — che si lascia attraversare e scoprire a ritmo lento.
Il primo posto dove fermarsi è la Chiesa di San Martino, costruita nel 1936 con facciata neoclassica e interni conservati in modo impressionante: affreschi, vetrate istoriate, marmi. Alcova vi ha inserito Devices for Connection, l’installazione immersiva di Leo Lague e Versa: un ledwall steso lungo tutta la navata che pulsa al ritmo di suoni e luci, mescolando sacro e tecnologia in un modo che non risulta mai blasfemo, ma sospeso. Il designer brasiliano e la piattaforma ibrida di Versa riflettono sulla spiritualità contemporanea, e la chiesa, con la sua aura intatta, è il contenitore perfetto.
I due grandi hangar sono altrettanto densi. Nel primo si trovano le pareti mobili di Dooor firmate da Objects of Common Interests e l’allestimento Seat in touch di Supaform, palcoscenico degli Alcova Talks, gli incontri sull’hospitality curati da Design Hotels. Nel secondo hangar torna VOCLA / Design by night, il club dedicato al design firmato da Ugo Cacciatori in collaborazione con Henge: di sera è su invito, ma di giorno ospita le VOCLA Talks, conversazioni pomeridiane con ospiti internazionali tra cui l’architetto Bjarke Ingels.
Alcova Milano all’Ospedale di Baggio: gli spazi minori e gli esterni
La parte più sorprendente, però, è quella nascosta negli spazi minori: la vecchia lavanderia, la casa delle suore, la stecca. Le piccole stanze con muri scrostati e pavimenti in graniglia decorata, un tempo degenze e alloggi per le suore, si sono trasformate in micro-esposizioni di rara intensità.
Vale la pena cercare il museo delle porcellane Noritake, dove brand giapponese ha collaborato con Faye Toogood e AMDL e un maestro della decorazione a mano lavora dal vivo; la collettiva incorniciata dall’edera curata da Olivia Maria & Curator Bureau; le sculture ceramiche di Stella Arion abbracciate da fogli di plastica azzurra traslucida; i tappeti metafisici di House of Knots; i totem di Fap Ceramiche che dialogano con i macchinari industriali in disuso; e la “stanza della musica” di Salomon.
Anche l’esterno merita attenzione: nelle grandi aiuole volutamente lasciate selvatiche spuntano le tensostrutture in nylon di Zelt Studio e le composizioni di tessuto svolazzante di Colored Boundary. Per una pausa, l’area food coordinata da Alessandro Longhin con Davide Longoni ha un bancone costruito con piastrelle di Ronan e Erwan Bouroullec per Mutina che vale quasi una visita a sé.























