Il simbolo del Comune e di alcune delle più importanti aziende della città deriva dall’icona della famiglia signorile dei Visconti. Ma il mito ci spiega perché “el bissun” cerca di inghiottire un bambino

 

“El bissun”, come lo chiamano i milanesi, ovvero il Biscione, è il simbolo di Milano.

Rappresenta infatti lo stemma della famiglia Visconti, i primi signori della città durante il Medioevo.

In realtà, il Biscione a Milano è una presenza molto più diffusa di quanto una reminiscenza storica non lasci intendere, se è vero che, oltre a essere l’attuale simbolo del Comune, lo è anche di aziende come il marchio automobilistico Alfa Romeo, il canale televisivo Canale 5 e la società calcistica Internazionale F.C.

Quali sono, allora, le origini di questa figura?

Come sempre quando si torna indietro nei millenni, la storia si fonde con la leggenda.

I miti, infatti, a questo proposito abbondano.

E risalgono addirittura alle origini celtiche di Milano. All’epoca della fondazione di quella che, con la conquista romana, sarebbe diventata Mediolanum, i Celti Insubri praticavano il culto di un misterioso serpente di mare, che sarebbe stato il dio popolatore della Terra e che era rappresentato in numerose effigi.

Qualche secolo più tardi, all’epoca alto medievale degli Ostrogoti, una leggenda narrava che il re Teodorico fosse stato inghiottito e poi rigurgitato da un serpente mostruoso nei pressi della città di Arona, guarda caso un possedimento territoriale dei Visconti.

Con questa versione della storia arriviamo al protagonismo della famiglia signorile meneghina.

Sembra infatti che nel 1323 Azzone Visconti, accampato con le truppe dell’esercito milanese intorno a Pisa, non si accorse che una vipera si fosse infilata nel suo elmo: il serpente ne sgusciò fuori senza morderlo, e ciò fu interpretato dal diretto interessato come un augurio divino di buona sorte, che meritava di essere consacrato alla memoria collettiva nello stemma della Signoria.

Un caso analogo, del resto, era capitato secoli prima a Desiderio, re dei Longobardi, il quale pensò a un prodigio e subito ne fece materiale per il simbolo della sua casata.

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La leggenda forse più suggestiva, però, è quella che chiama in causa, ancora una volta, i Visconti.

A trovarsi a tu per tu con la minaccia, questa volta, fu il fondatore della dinastia, Umberto.

Costui, nobile cavaliere, un giorno si trovava presso il borgo di Calvenzano, oggi in provincia di Bergamo, ma in quei tempi oscuri affacciato sulle sponde del mefitico lago Gerundo, vasto e malsano acquitrino che si allungava fino a Lodi e di cui già vi abbiamo raccontato nei mesi scorsi.

Ebbene, il lago era infestato da Tarantasio, un terribile drago sputafuoco che, tra le tante mostruosità, aveva anche l’abitudine di divorare i bambini.

Umberto, trovatoselo di fronte all’improvviso, emerso minaccioso dalle acque e in procinto di rapire un altro bambino, non esitò ad affrontarlo e a trafiggerlo a morte con la spada: subito il lago Gerundo si ritirò, restituendo agli abitanti della zona terra abbondante e fertile.

Il cavaliere, vittorioso e acclamato dal popolo, volle ricordare l’impresa compiuta nello stemma di famiglia, a testimonianza del coraggio e della magnanimità del suo lignaggio: se guardate con attenzione, noterete che nel simbolo della nostra città il Biscione tenta di inghiottire un bambino.

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