Gino Paoli si è spento nella notte, all’età di 91 anni. “Questa notte Gino ci ha lasciato in serenità e circondato dall’affetto dei suoi cari”, ha reso noto la famiglia in una nota, chiedendo la massima riservatezza. Con lui se ne va uno dei padri fondatori della canzone d’autore italiana. E Milano, più di ogni altra città, ne conosce l’eredità. Perchè fu qui che il cantautore visse i momenti più intensi della sua vita artistica (e personale).
La città che lo lanciò
Fu Gianfranco Reverberi ad aprirgli la strada per Milano, dove Paoli entrò in contatto con l’industria musicale e con artisti come Giorgio Gaber e Mina, che incise “Il cielo in una stanza” ottenendo un successo straordinario. Erano i primi anni Sessanta, e Milano era il cuore pulsante della musica leggera italiana. La Dischi Ricordi, i suoi studi, i locali del centro: per un giovane cantautore genovese, il capoluogo lombardo era la porta verso il mondo.
L’amore al Bar Jamaica: nasce “Senza fine”
La scintilla tra Gino Paoli e Ornella Vanoni scocca negli anni del Bar Jamaica, a Milano, quando quel locale era uno dei templi della creatività. Entrambi nati nel settembre del 1934, a un solo giorno di distanza, i due scoprono presto una sintonia profonda, ma irregolare, spesso tormentata.
Nel 1961 Paoli scrive “Senza fine”, ispirato da un’osservazione semplice: le mani di Ornella Vanoni. Mani grandi, eleganti, affascinanti. Da quel dettaglio costruisce un universo poetico: le “mani senza fine” diventano la metafora di un amore che sembra sottrarsi allo scorrere del tempo. Un brano nato a Milano, negli anni della dolce vita, che avrebbe fatto il giro del mondo.
Al loro primo incontro, in un dettaglio che entrambi hanno raccontato spesso con ironia, caddero in un equivoco sorprendente: Paoli pensava che Ornella fosse lesbica, mentre lei era convinta che lui fosse gay. Da quel malinteso nacque uno dei sodalizi artistici e sentimentali più iconici della musica italiana.
L’incidente di via Palmanova e le notti milanesi
Milano per Paoli non fu solo successo. Fu anche il teatro dei momenti più bui. Il 20 settembre 1962, mentre transitava ad alta velocità per via Palmanova, un sorpasso avventato causò uno scontro frontale nel quale morì l’amico Vittorio Faber, paroliere e arrangiatore di alcune sue canzoni. In seguito al sinistro gli fu ritirata la patente e, il 12 marzo 1964, fu condannato a 7 mesi di reclusione con il beneficio della condizionale dal Tribunale di Milano.
Secondo alcuni testimoni presenti quella notte, fu proprio il senso di colpa per la morte dell’amico a spingere Paoli, meno di un anno dopo, verso il gesto estremo del tentato suicidio. L’11 luglio 1963, in un gesto ancora oggi dai contorni misteriosi, si sparò all’altezza del cuore. Il proiettile non colpì zone vitali e rimase conficcato nel pericardio, da dove non fu mai estratto. Lo portò con sé per il resto della vita, come una cicatrice silenziosa.
“A Milano non crescono i fiori”: la canzone di Gino Paoli sulla città
Tra le pagine meno celebrate ma più personali della sua discografia c’è un brano che porta il nome della città nel titolo: “A Milano non crescono i fiori”, contenuto nell’album “Basta chiudere gli occhi” del 1976. Uno degli omaggi più malinconici e lucidi mai dedicati al capoluogo lombardo, una città che Paoli amava e da cui si sentiva insieme attratto e respinto, come spesso accade con i luoghi che ti cambiano la vita.
Un’eredità senza fine
Autore di oltre 200 canzoni – da “Sapore di sale” a “Una lunga storia d’amore”, “Il cielo in una stanza”, “La gatta”, “Che cosa c’è”, “Quattro amici” – Gino Paoli esordì per l’etichetta di Nanni Ricordi nel 1959. Milano fu il suo trampolino. Ma soprattutto fu la città in cui scrisse le sue canzoni più grandi, incontrò i suoi amori più tormentati e visse alcune delle notti più decisive della sua vita.























