Cronaca Milano: l’incidente in via Carnia e la lettera di Atia a Davide Cavallo

da | 21 Mag 2026 | Cronaca

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Due storie di cronaca milanese che oggi raccontano, da angolazioni opposte, il peso delle conseguenze. La prima è fresca di stanotte e racconta di un gravissimo incidente: un pirata della strada ubriaco travolge due sorelle sulle strisce in via Carnia, una muore.

La seconda chiude un cerchio aperto mesi fa: Ahmed Atia, il ragazzo condannato per non aver fermato l’aggressione a Davide Cavallo, ha scritto una lettera a mano alla sua vittima. Gliel’ha consegnata in aula in occasione del processo, e i due si sono abbracciati.

Via Carnia: pirata della strada ubriaco investe due sorelle, una muore

La scorsa notte, poco dopo le 21:30, un pirata della strada ha travolto due sorelle anziane di 70 e 75 anni che stavano attraversando sulle strisce pedonali di via Carnia, in zona Udine. La 75enne è morta. La sorella di 70 anni è rimasta gravemente ferita. Sul posto sono intervenuti in codice rosso due ambulanze e un’automedica del 118, insieme alla Polizia Locale con il nucleo radiomobile.

Il conducente, un uomo di 39 anni, non si è fermato a prestare soccorso ed è fuggito. Poco dopo si è costituito spontaneamente agli agenti della Polizia Locale. All’alcoltest è risultato positivo con un tasso alcolico quattro volte superiore al limite consentito. Le indagini sulla dinamica esatta del sinistro sono ancora in corso.

La storia di Davide Cavallo: accoltellato per 50 euro in Corso Como

Per capire la lettera di Ahmed bisogna tornare alla notte del 12 ottobre 2025. Davide Cavallo, 22 anni, studente milanese, stava uscendo da una discoteca di Corso Como quando fu aggredito da un gruppo di cinque ragazzi. Il movente era una banconota da 50 euro. Uno di loro lo accoltellò. Davide sopravvisse, ma riportò una lesione permanente.

Il processo si è concluso con pene severe: Alessandro Chiani è stato condannato a 20 anni di carcere in rito abbreviato per tentato omicidio e rapina. Gli altri tre responsabili, minorenni, sono imputati in un procedimento parallelo davanti al Tribunale per i Minorenni. Il gup di Milano Alberto Carboni ha invece assolto Ahmed Atia dall’accusa di rapina, condannandolo a 10 mesi e 20 giorni per omissione di soccorso: quella notte era presente, ma secondo il giudice non fu complice dell’agguato. Ahmed è ora fuori dal carcere.

Prima che il giudice si ritirasse in camera di consiglio, Davide Cavallo aveva chiesto di potersi avvicinare ai due imputati. Il giudice ha acconsentito. I tre hanno parlato a lungo. Poi si sono abbracciati. Al termine dell’udienza Davide è uscito scortato dai genitori, senza rilasciare dichiarazioni.

La lettera di Ahmed: «Quel giorno dovevo intervenire»

Nei giorni scorsi Davide aveva scritto una lettera pubblica. Ahmed l’ha letta in cella e ha deciso di rispondergli a mano. In aula gli ha consegnato la sua risposta di persona.

La lettera, riportata da La Repubblica, inizia con semplicità: «Ciao Davide, come stai? Spero meglio». E poi: «Mi ha veramente fatto così tanto male ogni parola che racconti nella lettera che l’unico sfogo era lacrimare. Mi metto nei tuoi panni e so bene cosa si prova ad avere una persona a te cara tra la vita e la morte». Ahmed racconta che quando aveva 16 anni sua madre finì in coma per tre settimane: «Mi disse: non riesco a respirare, sto morendo».

Sulla notte dell’aggressione scrive: «Mi ricordo che ti avevo chiesto una sigaretta e tu sei stato disponibile. Poi mi sono allontanato. All’improvviso sento delle voci dietro di me, vedo i miei compagni attorno a un ragazzo, lo picchiano in modo esagerato, mi sono bloccato. Quel giorno dovevo cercare di intervenire e non bloccarmi».

La lettera si chiude con una promessa: «Ho iniziato a lavorare dentro, e nei prossimi mesi offrirò una somma, frutto del mio lavoro. Qualcosa per farti capire quanto ci tengo veramente». E con uno spaccato della vita in carcere che colpisce per la sua onestà: «Qui le persone si tagliano il corpo quando stanno male. Continuo a sognare un futuro. Come tu non hai rinunciato ai tuoi sogni, io non rinuncerò ai miei perché ciò che sto passando non è niente in confronto a te».

In aula, prima di consegnargli la lettera, Ahmed gli ha detto in faccia quello che aveva scritto: «Potresti essere mio fratello. Mi sento in colpa. Ti chiedo scusa».


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