Il corteo a Milano contro la modifica della legge sulla violenza sessuale è partito nel pomeriggio da piazzale Medaglie d’Oro, attraversando alcune delle arterie centrali della città tra slogan, striscioni e una partecipazione composta ma determinata. In strada associazioni, sindacati e realtà della rete antiviolenza, unite dalla contestazione della proposta di revisione dell’articolo 609 bis del Codice penale.
In testa al lungo serpentone lo striscione “Siamo resistenza”. Dal microfono frasi brevi, dirette, ripetute più volte: “Il silenzio non è consenso”, “Senza consenso è stupro”, “Col corpo della donna non puoi giocare”. Cartelli rosa e bianchi su fondo scuro, messaggi essenziali. Nessuna coreografia particolare, più che altro la volontà di essere presenti.
Perché la protesta sulla legge
La mobilitazione nasce dalla contrarietà alla proposta di modifica normativa che interviene sul concetto di consenso e sulle modalità con cui viene accertata la violenza sessuale. Secondo le organizzazioni promotrici, il rischio concreto sarebbe quello di spostare nuovamente il peso della prova sulla vittima, costretta a dimostrare di aver espresso un rifiuto chiaro e inequivocabile.
Dalla Cgil parlano apertamente di arretramento culturale e giuridico, sostenendo che l’esperienza quotidiana dei centri antiviolenza mostra situazioni molto più complesse di una semplice opposizione verbale. Paura, shock, immobilità. Reazioni che non sempre permettono di dire “no” in modo esplicito, ma che non possono essere interpretate come consenso.
Le voci dei centri antiviolenza
Tra le adesioni anche quella del Cadmi, storico centro antiviolenza milanese. Le operatrici parlano di un passaggio delicato, capace di incidere sulla possibilità stessa di denunciare. Il fenomeno del freezing, la paralisi psicofisica che può verificarsi durante un’aggressione, viene indicato come uno degli elementi più sottovalutati nel dibattito pubblico.
Secondo il centro, la nuova impostazione rischierebbe di creare zone grigie interpretative in cui l’autore della violenza potrebbe appellarsi a comportamenti ambigui della vittima. Un punto che, nelle parole delle attiviste, renderebbe più difficile il riconoscimento giudiziario dello stupro.
La presidente Manuela Ulivi sintetizza la posizione con una frase che ritorna spesso tra i manifestanti: “Senza un sì, è violenza”. Un principio che la piazza considera non negoziabile.
Corteo a Milano, traffico deviato e disagi
Oltre al significato politico, la manifestazione ha avuto effetti immediati sulla mobilità urbana. Diverse linee di tram e autobus sono state deviate o sospese in pieno pomeriggio, con ripercussioni per chi rientrava dal lavoro o doveva attraversare il centro.
Il tram 12 ha saltato le fermate tra Cordusio e piazza Cinque Giornate.
Il 15 si è fermato prima del Duomo.
Interruzioni anche per 16, 19, 24 e 27, con tratte sostituite da bus o limitate.
Situazione simile per alcune linee di superficie: bus 60, 61, 65, 96 e 97 non hanno raggiunto il centro, costringendo molti passeggeri a proseguire a piedi o cercare percorsi alternativi.
Disagi contenuti ma diffusi, soprattutto nelle ore di punta. Code, attese più lunghe, fermate affollate. Una scena ormai familiare quando cortei e grandi eventi attraversano Milano, dove l’equilibrio tra diritto a manifestare e mobilità quotidiana resta fragile.
Una piazza che guarda oltre la norma
La sensazione, tra chi ha partecipato, è che la discussione vada oltre il testo di legge. Molti interventi parlano di clima culturale, di percezione sociale della violenza, di fiducia nelle istituzioni. Non solo diritto penale, ma diritti civili.
Il corteo si è sciolto senza tensioni, lasciando dietro di sé volantini, qualche slogan ancora nell’aria e una città che lentamente tornava al traffico del tardo pomeriggio. La discussione, invece, resta aperta. Dentro il Parlamento, ma anche fuori. Nelle piazze, nei tribunali, nella vita quotidiana.
























