Le start up sostenute da Palazzo Marino sono più di mille e generano oltre un miliardo di fatturato. Ma la legge 266 per i fondi è stata abolita dal governo Monti

 

1298. Sono le piccole imprese di Milano che, negli ultimi otto anni, hanno avuto la possibilità di nascere ed espandersi grazie al sostegno finanziario diretto del Comune: 34 milioni di euro che l’amministrazione pubblica ha devoluto a favore di tutte quelle proposte che intendessero lanciare un idea innovativa o creare integrazione sul territorio.

Ebbene, a breve questi fondi potrebbero non esistere più. La legge statale 266 che li regolava, infatti, non è stata più rinnovata fin dai tempi del governo tecnico di Monti, e il Comune, che fino a oggi aveva fatto incetta delle erogazioni, distribuite a rotazione, sta per terminare la sua scorta.

Così, il comparto delle start up nate per iniziativa pubblica e capaci di dare lavoro a ben 8.899 persone, per un fatturato totale di oltre 1,4 miliardi di euro, potrebbe restare un modello senza seguito.

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L’assessore comunale al Lavoro, Cristina Tajani, suona la carica e chiede al Governo il rifinanziamento della norma: “Queste imprese, oltre ai risultati economici, hanno migliorato la qualità della vita in tanti quartieri della periferia. Hanno generato un valore inestimabile in termini di coesione sociale e, già soltanto per questo, la legge 266 andrebbe subito ripristinata”.

Le fa eco Marco Barbieri, segretario generale di Confcommercio: “I contributi non bastano. Bisogna anche fare uno sforzo importante per eliminare i vincoli burocratici che, di fatto, limitano l’intraprendenza delle imprese nello sviluppo di idee innovative e redditizie”.

In effetti, sulla propositività commerciale del tessuto imprenditoriale cittadino c’è poco da eccepire. Analizzando il campione delle attività beneficiate dai fondi pubblici, scopriamo che il denaro erogato è stato impiegato per i fini più svariati: incubatori e acceleratori d’impresa, start up tecnologiche, negozi di vicinato, imprese artigianali, iniziative sociali.

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La volontà di fare bene, insomma, c’è. Basta solo sostenerla.

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