Caro energia, la guerra in Iran rischia di costare 2,3 miliardi in più alle imprese lombarde

da | 18 Mar 2026 | Economia

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Caro energia, quanto peserà la guerra in Iran sulle bollette delle imprese lombarde?

Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran iniziato il 28 febbraio ha già fatto sentire i suoi effetti sui mercati energetici europei. E per le imprese lombarde, le più esposte d’Italia per densità produttiva, i numeri rischiano di diventare molto concreti.

A lanciare l’allarme è l’Ufficio studi della CGIA di Mestre: secondo le stime dell’ultimo rapporto dell’organismo, se i rincari energetici degli ultimi giorni dovessero consolidarsi, le imprese italiane si troverebbero a pagare nel 2026 quasi 10 miliardi di euro in più rispetto all’anno scorso: nel dettaglio, 7,2 miliardi per l’elettricità e 2,6 miliardi per il gas, con un aumento percentuale del +13,5% rispetto al 2025.

Tra le regioni italiane, la Lombardia è la più colpita: +2,3 miliardi di euro, quasi un quarto del totale nazionale.

Cosa è successo sui mercati

Alla vigilia dell’attacco (27 febbraio), il gas scambiava a 32 euro al megawattora e l’energia elettrica a 107,5 euro. Nel giro di pochi giorni, già in data 4 marzo, i prezzi erano già saliti rispettivamente a 55,2 e 165,7 euro: quasi il doppio per il gas, +54% per l’elettricità.

Un’impennata rapida, trainata dall’incertezza sullo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota rilevante del gas naturale liquefatto che arriva in Europa.

Vale la pena riportare però una proporzione: siamo ancora lontani dai picchi del 2022, quando l’invasione dell’Ucraina portò l’elettricità a una media annua di 303 euro al MWh e il gas a 123,5 euro. La media 2025 si attestava rispettivamente a 116,1 e 38,7 euro. Il paragone ridimensiona l’allarme, ma non lo cancella.

Chi sperimenterà gli effetti più marcati, a Milano e in Lombardia

Le imprese più esposte ai rincari sono ovviamente quelle ad alto consumo energetico. Per quanto riguarda l’elettricità, quindi: metallurgia, commercio, alberghi bar e ristoranti, trasporto e logistica. Per il gas, invece: industria alimentare, tessile, abbigliamento, chimica, meccanica. Settori che a Milano e nell’hinterland rappresentano una quota rilevante del tessuto produttivo, dalle PMI manifatturiere della cintura metropolitana alle grandi catene della distribuzione.

Il rischio, avverte la CGIA, è che i rincari comprimano ulteriormente i margini di imprese già sotto pressione a causa del contesto internazionale instabile.

Molto dipenderà da quanto durerà il conflitto e da cosa succederà allo Stretto di Hormuz: ogni settimana di tensione è una settimana di incertezza in più, oltre che per quanto riguarda il costo in termini di vite umane, sui contratti energetici. Chi gestisce un’impresa energivora sa già che il 2026 rischia di essere un anno difficile.


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