Per il Movimento 5 Stelle e Liberi e Uguali la norma contro i licenziamenti liberi andrebbe ripristinata, ma l’Inps attesta una diminuzione dei contenziosi dall’entrata in vigore del Jobs Act

 

Ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario della legge 300, che ha istituito lo Statuto dei lavoratori e, con esso, il famoso articolo 18.

La norma, che prescriveva il diritto al reintegro al lavoro per i dipendenti delle aziende dotate di un numero di addetti superiore a 15 e licenziati senza giusta causa, è stata abolita nel 2015 nell’ambito della riforma del Jobs Act, tranne che per i licenziamenti basati su motivazioni discriminatorie, ma recentemente è tornata a far parlare di sé: il Movimento 5 Stelle, Liberi e Uguali e la Cgil vorrebbero riproporla al dibattito pubblico.

Per il sindacato e i due raggruppamenti politici, infatti, il palliativo al licenziamento libero delle aziende introdotto dalla nuova legge, cioè l’indennizzo economico, non sarebbe sufficiente a combattere gli effetti dirompenti del precariato, da cui il lavoratore esautorato si troverebbe risucchiato una volta perso il posto fisso.

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Tuttavia, i numeri da poco pubblicati dall’Inps certificano una situazione molto meno allarmante di quanto i sostenitori dell’articolo 18 paventano.

Stando ai risultati forniti dall’Osservatorio sul Precariato, senza la tutela della suddetta norma, i licenziamenti in Italia sono diminuiti: – 5,5% nel 2016, – 5,3% nel 2017, 790.826 totali nel 2018.

Inoltre, non si è verificato nemmeno il temuto picco dell’interruzione dei rapporti di lavoro ipotizzato in coincidenza della fine degli sgravi fiscali previsti dal Jobs Act, mentre risulta calato anche il fenomeno del contenzioso tra imprenditori e dipendenti.

D’altra parte, questi numeri non possono farci considerare chiusa la questione: fotografano soltanto in maniera parziale lo stato dell’arte delle attuali relazioni di lavoro in Italia.

Secondo l’esperienza di chi scrive, infatti, data la situazione di crisi economica perdurante, spesso, nelle aziende, i responsabili rinunciano a effettuare dei licenziamenti, magari legittimi, proprio per l’impossibilità di sostenere il relativo indennizzo economico da corrispondere.

I dipendenti, invece, terrorizzati dall’eventualità di perdere il posto non essendo semplice trovarne un altro, talvolta si riducono a condizioni di lavoro inaccettabili, comprese ore di straordinario non pagate e stipendi corrisposti in ritardo oppure, peggio ancora, rateizzati.

Ne consegue un stato delle relazioni sociali ed economiche che è armonizzato “a forza”, a causa del reciproco timore tra i suoi protagonisti.

L’Italia è il Paese dei “furbi”: in assenza di una regola che preveda forti sanzioni, le imprese tendono a spadroneggiare e i lavoratori ad abusare dei loro diritti, spesso trasformandoli in odiosi privilegi a danno di alcuni loro pari, che per varie ragioni ne sono sprovvisti, o in strumenti di ricatto verso i datori.

Pertanto, se non potrà essere il vecchio articolo 18, a cui manca il sostegno dei numeri, una nuova norma che costringa imprenditori e dipendenti ad assumersi le rispettive responsabilità verso il lavoro e a onorare i contratti, intesi anzitutto come impegno reciproco di lealtà e di rispetto, dovrebbe essere presa in considerazione dal Parlamento.

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