La denatalità torna al centro dei telegiornali e delle preoccupazioni nazionali. I dati diffusi dall’ISTAT nel report “Natalità e fecondità della popolazione residente” mostrano un quadro sempre più allarmante: nel 2024 le nascite in Italia sono state 369.944, con un calo del 2,6% rispetto all’anno precedente. Il numero medio di figli per donna è sceso al minimo storico di 1,18, un dato che segna una nuova soglia di allerta per il futuro demografico del Paese.
Un trend che prosegue dal 2008
Il calo delle nascite non è un episodio isolato: dal 2008 — anno in cui si registrarono oltre 576.000 nati vivi — l’Italia ha perso quasi 207.000 nascite, pari a una riduzione del 35,8%.
Il fenomeno è alimentato da due fattori principali: la bassa propensione ad avere figli e la diminuzione dei potenziali genitori, poiché le generazioni nate dagli anni Settanta in poi sono numericamente più ridotte e hanno una fecondità minore rispetto al passato.
Nel 1995 la media era di 1,19 figli per donna, oggi è scesa ancora più in basso. E secondo le stime provvisorie del 2025, il dato continua a peggiorare: 1,13 figli per donna nei primi sette mesi dell’anno.
Le regioni più colpite: crollo in Abruzzo e Sardegna
Il calo non è uniforme in tutto il Paese. I dati relativi al periodo gennaio-luglio 2025 mostrano le flessioni più forti in Abruzzo (-10,2%) e Sardegna (-10,1%), seguite da Umbria (-9,6%), Lazio (-9,4%) e Calabria (-8,4%).
La situazione appare meno grave in Basilicata (-0,9%), Marche (-1,6%) e Lombardia (-3,9%), mentre alcune realtà registrano persino un lieve aumento: Valle d’Aosta (+5,5%), Bolzano (+1,9%) e Trento (+0,6%).
Natalità in calo, la generazione che non fa più figli
L’analisi per coorti di età rivela un dato culturale oltre che numerico. Le donne nate nel 1947 avevano in media 2,01 figli, mentre quelle nate nel 1975 — che nel 2024 hanno compiuto 49 anni — si fermano a 1,44.
Cresce anche la quota di donne senza figli, passata dal 10% (per la generazione del 1947) al 23% per quella del 1975. Un cambiamento che riflette non solo difficoltà economiche e lavorative, ma anche nuove scelte di vita e modelli familiari che si discostano dalla genitorialità tradizionale.
Il ruolo della popolazione straniera
Nel 2024 i nati da almeno un genitore straniero rappresentano il 21,8% del totale (circa 80.700 bambini), un dato stabile rispetto al 2023. Le coppie miste — con un genitore italiano e uno straniero — sono in leggera crescita (+2,3%), ma non sufficienti a invertire la tendenza generale.
Il peso delle nascite da genitori stranieri è più alto nel Nord (30,6%) e nel Centro (24%), mentre resta molto basso nel Mezzogiorno (9,3%). L’Emilia-Romagna è la regione con la percentuale più elevata di nati stranieri (21,9%), seguita dalla Liguria (21,3%).
Cambiano anche i cognomi (e i nomi)
Un segnale dei tempi arriva anche dall’anagrafe: nel 2024 il 6,7% dei neonati è stato registrato con il doppio cognome paterno e materno, in crescita rispetto al 2020 (+4,3 punti).
La tendenza è più marcata nel Centro-Nord, e riguarda soprattutto i primi figli (9,2%).
Quanto ai nomi, Leonardo resta il più scelto per i maschietti, seguito da Edoardo e Tommaso. Tra le bambine dominano Sofia, Aurora e Ginevra.
Curiosamente, anche molti bambini stranieri nati in Italia si chiamano Leonardo, accanto a nomi internazionali come Rayan, Adam, Amir e Liam.
Un Paese che invecchia
Secondo le proiezioni economiche, la denatalità peserà sulla crescita nei prossimi decenni. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha recentemente ricordato che, al ritmo attuale, il Sud Italia potrebbe perdere 3,4 milioni di abitanti entro il 2050.
Una prospettiva che preoccupa anche le istituzioni europee, tanto che nella manovra 2025 sono previsti 5 miliardi di euro per interventi di sostegno alla natalità, dai congedi parentali ai bonus per le famiglie.
La natalità nei telegiornali e nel dibattito pubblico
La questione demografica è tornata prepotentemente nei telegiornali e nei talk show nazionali, segno che il tema non è più solo statistico ma sociale. Economisti, psicologi e sociologi si interrogano sulle cause profonde del fenomeno: precarietà lavorativa, costo della vita, difficoltà abitative, ma anche nuovi modelli di realizzazione personale.
L’Italia, oggi, sembra essere diventata un Paese che non riesce più a sostituire se stesso.























