A sei anni dallo scoppio del Covid, lo smart working non è più un’eccezione né una concessione emergenziale: è diventato parte dell’organizzazione ordinaria del lavoro. A Milano più che altrove.
Ma la UIL lancia l’allarme: non basta sapere quante persone lavorano da casa. Bisogna capire come lo fanno: con quali tutele e quali diritti. E il caso Ubisoft ad Assago ricorda che, senza regole, tutto può cambiare dall’oggi al domani.
Il caso Ubisoft: quando lo smart working è negato all’improvviso
Lo scorso febbraio, davanti alla sede di Ubisoft ad Assago, oltre cento sviluppatori hanno presidiato i cancelli per tre giorni con uno striscione: “Don’t play with our lives”. La casa madre francese aveva deciso di punto in bianco di eliminare il lavoro da remoto, imponendo il rientro in ufficio cinque giorni su cinque.
La Fiom-Cgil ha parlato di «fulmine a ciel sereno»: molti di quei lavoratori avevano scelto di vivere fuori Milano contando sulla possibilità di lavorare da remoto. Togliere lo smart working significa, per loro, rimettere in discussione casa, famiglia, equilibri costruiti negli anni. La protesta si è allargata in tutta Europa: tra il 10 e il 12 febbraio sono scesi in sciopero oltre 1.200 dipendenti Ubisoft.
I numeri: Milano vale un terzo della Lombardia
Secondo una stima elaborata dalla UIL Milano Lombardia su dati 2024 dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, nella Città Metropolitana di Milano lavorano in smart working circa 234.238 persone – quasi un terzo del totale regionale, stimato in 703.784 lavoratori.
Il dato lombardo si articola così: 382.898 nelle grandi imprese, 211.627 nelle microimprese e PMI, 109.259 nella Pubblica Amministrazione. Milano concentra la quota maggiore per la densità di sedi aziendali e di funzioni professionali.
Oltre i numeri
«Questi numeri ci dicono una cosa molto chiara: lo smart working in Lombardia non è più un tema marginale o legato solo alla fase emergenziale» dichiara Salvatore Monteduro, Segretario UIL Lombardia. «È ormai una componente strutturale dell’organizzazione del lavoro e, proprio per questo, va governato con serietà. Il punto non è soltanto quanti lavoratori fanno smart working, ma come lo fanno: con quali tutele, con quale diritto alla disconnessione, con quali strumenti, con quali criteri organizzativi e con quale equilibrio tra produttività e qualità della vita».
Nella pratica di molti lavoratori milanesi lo smart working si traduce spesso in reperibilità continua, confini sfumati tra lavoro e vita privata, carichi difficili da misurare. Senza una contrattazione seria, il rischio è che i costi (in termini di connessione, spazio, energia elettrica) ricadano sul lavoratore mentre i benefici restino in capo all’azienda.
La disuguaglianza nascosta dello smart working: grandi imprese contro PMI
C’è un elemento nella distribuzione regionale che racconta una disparità strutturale: lo smart working è più diffuso, più regolato e più garantito nelle grandi imprese. Lì esistono accordi sindacali, piattaforme dedicate e policy scritte. Nelle microimprese e PMI (ossatura dell’economia lombarda) il lavoro agile è spesso più precario, discontinuo, lasciato all’accordo informale tra datore e dipendente.
Milano, il pendolarismo e il costo della vita
Il caso Ubisoft mette a fuoco qualcosa che riguarda tutta la Città Metropolitana: il legame stretto tra smart working e sostenibilità economica di chi lavora a Milano senza potersi permettere di abitarci. Molti dipendenti hanno scelto Monza, Bergamo, Pavia o la provincia proprio perché il lavoro da remoto rendeva praticabile quella scelta. Quando l’accordo viene meno unilateralmente, queste persone si trovano davanti a un problema reale.
È un aspetto che la UIL conosce bene: la Lombardia è segnata da pendolarismo cronico, congestione e forti differenze tra aree urbane e periferiche. In questo contesto, il lavoro agile potrebbe ridurre i costi degli spostamenti e migliorare la qualità della vita, ma solo se chi lavora ha davvero voce in capitolo sulle condizioni.
Cosa serve per la UIL: disconnessione e contratti. Con un focus sulla PA
La UIL Lombardia indica tre priorità in tema smart working: rendere effettivo il diritto alla disconnessione, che oggi esiste sulla carta, ma nella pratica è quasi ovunque ignorato; monitorare i carichi di lavoro, uno dei nodi più invisibili nelle trattative sindacali; investire in formazione organizzativa e digitale, perché gestire persone a distanza richiede competenze che molte aziende non hanno ancora sviluppato.
Il sindacato vuole poi aprire esplicitamente un fronte fondamentale: la Pubblica Amministrazione. Con oltre 109mila lavoratori in smart working in Lombardia, la PA non è certo tema di nicchia. «Non è solo una questione quantitativa» conclude Monteduro, «ma di funzionamento dei servizi e di condizioni di lavoro». Un equilibrio delicato che riguarda sicuramente i lavoratori, ma anche chi quei servizi li usa ogni giorno.
























